Piero Sartogo

SARTOGO ARCHITETTI ASSOCIATI

Nathalie Grenon

 

HOME ITA

BIOGRAFIA

CURRICULUM

BIBLIOGRAFIA

PUBBLICAZIONI

PREMI

CREDITS

MAPPA SITO



PIERO SARTOGO

DOPO IL TIROCINIO NELLO STUDIO di Walter Gropius,
il fondatore della Bauhaus, nel 1971 ha realizzato a Roma l’edificio dell’Ordine dei Medici entrato subito nel novero dei monumenti dell’architettura contemporanea.

PIERO SARTOGO ha una sua idea dell’architettura espressa in numerose pubblicazioni tra cui è da ricordare “Immagine Reale e Virtuale”, pubblicata su Casabella in coincidenza con la mostra personale presso l’Istituto Nazionale di Architettura 1977. Intorno a questa concezione Sartogo ha organizzato non solo la sua attività  di progettista ma anche quella di docente  che lo ha visto impegnato in vari periodi alla Facoltà di Architettura di Roma e, come “Visiting Professor”, presso la University of Virginia, la Cornell University, la University of Pensylvania, la University of California, la Columbia University e nella collaborazione con riviste specializzate (è stato redattore di Casabella negli anni ’70, oggi è membro del comitato scientifico dell’Arca).
                                                 

DAL 1981 con Italian Re-Evolution, il design degli anni ottanta, (una esposizione itinerante che è stata nei musei d’Europa ed America), è iniziato il percorso in comune con NATHALIE GRENON che li ha portati insieme all’Expo '85 di Tsukuba, alla Esposizione Universale di Siviglia, ed alle Colombiadi del 1992, alla Villette di Parigi con l’Imaginaire Scientifique, alla Telecom di Ginevra del 1991 e del 1994, all’Eureka d’Italie a Parigi e Madrid, etc... 
Hanno realizzato le Show Rooms per Bulgari in tutto il mondo tra le quali citiamo: 730 Fifth Avenue a New York, Kekkay a Tokyo, Via Spiga a Milano, Avenue Montaigne a Parigi.
Nel libro
“Piero Sartogo, Fictions” della collana Universale di Architettura diretta da Bruno Zevi, l’autore Renato Pedio che è un profondo conoscitore dell’Architettura contemporanea, ritiene che Piero Sartogo percorra l’architettura contemporanea e con essa trasversalmente, quella più generale artistica, che sempre

>>> interpreta e in taluni casi anticipa – pur restando efferatamente “architetto” anche nelle più ardite avventure del negativo, del concettuale, del virtuale. Necessariamente attinge così a un confronto internazionale ravvicinato; pochi architetti italiani possono attestare questa ampia “cittadinanza”. La sua poetica, sin dalle prime prove, investe ogni scala architettonica, dalla grande pianificazione urbana al design, manipolando di regola la percezione visiva a fini costruttivi: in tutti i casi le sue proposte nascono dalla concretezza del sito e dalle esigenze funzionali. 
Prospettiva, antiprospettiva, intrecci iperspaziali, immagine, proiezione, elisione d’immagine, dentro e attraverso le icone mentali, ma consacrate dalla temporalità: lo spazio immaginario è fruibile quanto quello reale nell’opera di Sartogo: l’immaginazione modula la realtà."Concluderò sull’architettura di Sartogo, che ovviamente nessuna matrice teorica, artificio prospettico e/o costruzione mentale potrebbe sostituire. Non abbiamo di fronte un filosofo, ma un architetto autentico amante del cantiere e affascinato con la stessa dedizione dal mattone ben posato e dal piano virtuale, che fu posato o eretto e ora non lo è più: benché l’architettura e solo l’architettura lo tenga in vita dopo la demolizione fisica. Non si comprenderà Sartogo senza comprendere che per lui il pieno ed il vuoto, il positivo e il negativo, il reale e il virtuale, e/o il concettuale, non sono che le due facce, omologhe e distinte, di una stessa moneta. Non propone sostituzioni, ma integrazioni. Come scrisse Tzara in uno dei Manifesti del dadaismo: “Tutti parlano della morte dell’arte. Noi vogliamo un’arte ancora più arte”.L’Ordine dei Medici romano, “opera prima”, è illuminato dalle successive. Lo giudicai, nel 1971, un esempio assai buono di scomposizione (“decostruzione”) razionalista. Mi piacquero quei disequilibri e soprattutto il loro contrappunto duro ma pacato, raro in un giovane. Tanto più è decisivo nell’itinerario il quartiere GESCAL di Sesto S. Giovanni (1972), con la sua aperta sfida visuale. Certi ragionamenti non bastavano più: è che avevo trascurato la Mostra sul negativo (1971). Ora dovevo dire sì o no. Se dicevo di sì, ammettendo in architettura un espediente che (ma solo in apparenza) era prettamente visuale, dovevo capirne il perché e riesaminare intenti e percorsi dell’architetto; ho cercato di farlo qui. Perciò quel quartiere è un flesso fondamentale, un punto di non ritorno: anche Sartogo, credo, lo considera tale. Taranto (1970) non esigeva tanto, ma in filigrana si scompone e ricompone allo stesso modo. Un secondo flesso fu certo la mostra per Roma interrotta (1978). Toccando aspramente i contenuti socio-politici e del costume, nella fiction di un’utopia illuminista, in realtà dichiarava: not quite architecture, non solo architettura. Terzo e decisivo flesso, a mio avviso, fu costituito dall’appartamento romano e dalla Biennale del 1978, articolati decisamente su piani virtuali. La svolta fu cosciente, tanto che fu teorizzata in scritti su fascicoli di rivista, uno in particolare (di Casabella dedicato all’architettura virtuale di Piero Sartogo) : alieni da astuzie accademiche, ma di consapevole spessore teorico. Constato parentela metodologica oltre che tematica fra i progetti come il F.I.T. di New York (proposto nel 1983) e i piani urbanistici da Bergamo (1979) e Siena ( 1994) compresi lUniversità della Calabria, Les Halles e Karlsruhe: in tutti i casi i dispositivi prospettici partono direttamente dalle caratteristiche ambientali e divengono interpretazioni alquanto inedite di un brano più o meno vasto di città. Analogamente trovo affine il tour de force dell' ICE  (1979, ridisegnato nel 1987) a New York che coincide con il sodalizio progettuale con Nathalie Grenon. Le virtualità implicite in un tipo diverso di racconto spaziale si confermarono sia nel Teatro dell’Opera di Cardiff (1994) che nel Parlamento di Taiwan (1995) e sono applicate nell’edificio della Banca di Roma ancora a New York (1995). Ma l’immaginazione è un vizio irrinunciabile: l’interno del padiglione italiano all’Expo di Siviglia (1992), con invenzioni molto stimolanti e con sensibilità anche storica, aveva spettacolarmente manipolato passato e futuro sul sogno del presente. Sembrerebbero diverse le qualità che trovo oggi nel Complesso Produttivo per Badia a Coltibuono (1995 - 97), appena edificato: combutta del tutto imprevista con l’edilizia senese e Francesco di Giorgio Martini. Ma Sartogo e Grenon hanno ben fatto: la campagna di Siena è una dama da assecondare il più possibile. In ogni modo, la sutura con le altre opere esiste: osservando il plastico e le foto di cantiere dell'erigendo edificio dell’Ambasciata Italiana a Washington (1992 - 2000; progetto concorso Internazionale ad inviti), trovo insieme la “scarpa” di una fortezza martiniana, le facciate scomposte di Terragni e Le Corbusier, il drammatico spacco tecnologico puntato sull’ambiente, le variazioni prospettiche che investono i collegamenti, i paesaggi interni, i “diamanti” ben studiati delle finestre:"(1) osservando il taglio prospettico del sagrato per la chiesa dedicata al Sacro Volto di Gesù (1999 - 2003) a Roma con la semicupola che si completa percettivamente nel tracciato semicircolare dell’abside; osservando inoltre la grande incisione nel terreno, una ferita che irraggia la luce al sottosuolo ove è sviluppato il nuovo Centro Congressi per l’O.C.S.E. a Parigi (1997-2002). Il nuovo insediamento urbano universitario a Bologna (2001 - 2003) progetto vincitore concorso nternazionale) con i cinque edifici della nuova Facoltà di Ingegneria: un nuovo brano di città in continuità fisica e morfologica con il centro storico. La nuova biblioteca W. David Lubin nel complesso della F.A.O. a Roma (2001-03). Queste opere, talune “difficili” hanno una caratteristica che le accomuna: l’alto spessore intellettuale. Anzi sembrano crescere su se stesse, accrescendosi spesso e volentieri di valenze gestuali esplosive, su basi teoriche assolutamente rigorose.

1) Tratto da: Renato Pedio, Piero Sartogo Fictions, Universale di architettura, n° 29, Testo & Immagine, Torino, 1997.


>>>